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Mosaico nilotico
Mosaico Nilotico

Mosaico nilotico

L’aula absidata, nel foro dell’antica città ospitava nell’abside terminale il grande mosaico colorato che rappresenta la scena della piena del Nilo. Si tratta di un pavimento assai raffinato, realizzato sul posto nel II secolo a.C. da artigiani provenienti da Alessandria d’Egitto, la cui scena è verosimilmente la copia di una grande pittura esposta nella famosa Biblioteca di quella città. Una sorta di grande carta geografica, con il Sud in alto – come usava presso le antiche civiltà mediterranee – sul quale è possibile seguire la piena del fiume, dalle sue sorgenti, nelle montagne della Luna, abitate dai pigmei, giù fino alla foce, proprio presso Alessandria. Solo alcuni dei luoghi rappresentati sono riconoscibili con sicurezza: le sorgenti in alto, il nilometro (pozzo per misurare la piena) presso l’isola di Elefantina, sulla sinistra, e in basso a destra il porto di Alessandria.

Nell’antico Egitto la fase di inondazione del Nilo era un periodo di festa durante il quale, essendo impossibile lavorare la terra mentre era fecondata dalle acque del fiume, la popolazione si occupava della caccia, della pesca e…dei banchetti ! L’inondazione annuale era considerata come il matrimonio fra il Nilo e la terra d’Egitto, che, come racconta Plutarco, sono rappresentati in modo simbolico rispettivamente dalle divinità di Osiride e Iside, dal cui matrimonio nasce Horus, la personificazione del nuovo raccolto.

Oltre ai luoghi anche la fauna africana che popola il paesaggio è rappresentata con vivacità ed immaginazione. Ciascun animale, reale o fantastico, è accompagnato da una didascalia che ne indica il nome in greco, che era diventata la lingua ufficiale della corte egiziana dopo la conquista da parte di Alessandro Magno. Sono visibili il rinoceronte africano, le giraffe, serpenti giganteschi, diverse specie di scimmie e, in alto a destra, il misterioso “oneirocentauro”, che probabilmente rappresenta uno gnu. Si tratta di fiere sia reali che fantastiche, le cui figurazioni, derivate probabilmente da trattati di zoologia o bestiari, costituiscono la più antica rappresentazione di animali africani noti in Europa e dimostrano come nella cultura dell’epoca l’idea di questa terra lontana assumesse caratteri favolistici e immaginari.

Le tessere che compongono il mosaico misurano da un minimo di meno di 1 mm di lato fino ad un massimo di 8 x 8 mm, sono di calcare in 8 colori fondamentali con varie sfumature.

Il bellissimo “tappeto”, ricordato per la prima volta verso il 1640, fu staccato, sezionato e portato a Roma. Dopo lo smembramento un pezzo, raffigurante un banchetto sotto un pergolato, fu acquisito dal granduca di Toscana e da lui regalato alla sorella di Federico II di Prussia che lo portò con se nel palazzo di Bayreuth, e di lì, dopo un passaggio a Potsdam, fu esposto al nuovo Museo di Antichità di Berlino, dove ancora si trova. La sezione oggi visibile a Palestrina è una copia del pannello ormai “tedesco”. Successivamente il grande mosaico venne di nuovo trasferito a Palestrina, nel palazzo Barberini, dove si riadattò appositamente una sala per accoglierlo, ma durante quest’operazione fu gravemente danneggiato e, con il restauro che ne seguì, oltre al rifacimento totale di alcune sezioni, si effettuò anche una ricomposizione inesatta che modificò la collocazione originaria di alcune parti. Nuovamente staccato durante l’ultima guerra per salvaguardarlo dai rischi dei bombardamenti, venne in seguito restaurato e finalmente collocato nella sistemazione attuale. Fortunatamente, prima dei restauri seicenteschi, erano stati eseguiti alcuni disegni del mosaico (collezione Dal Pozzo, ora a Windsor Castle) che ci consentono di conoscere l’aspetto della composizione originaria.